Lou Reed – Berlin

Chi non conosce I ragazzi dello zoo di Berlino? Chi non conosce Trainspotting? Sono in tanti a conoscere sia il libro che il film, ma chi non conosce Berlin, per noi vero capolavoro di Lou Reed – altro che Transformer – chi non lo ha mai ascoltato almeno una volta, beh, allora non sa quello che si è perso e si perde per capire l’importanza di questo artista. Parlare di Lou Reed come se avesse scritto solo Walk On The Wild Side è semplice, ma parlare di un Reed senza toccare questo capolavoro decadente è veramente impossibile. La storia: i personaggi sono quelli di Jim e Caroline, americani che vivono a Berlino, dove Lou Reed non c’è mai stato veramente che stanno consumando un matrimonio in crisi ….. In Berlin, by the wall…. Già perché a Berlino c’è il muro che divide, come quella storia d’amore che si logora in un’atmosfera dolce che viene rotta dalla droga in quella città che potrebbe sembrare il paradiso, Oh Honey it’s a paradise … ed invece è l’inferno. Che apertura geniale che ha quest’album anzi, quest’opera unica di un artista che non conosce limiti né musicali né umani. Reed ha deciso e quando decide non gli fai cambiare idea, per nulla; Reed ha rotto con Bowie subito dopo Walk On The Wild Side prodotto con Mick Ronson e si è rivolto a Bob Ezrin che gli propone, da genio qual è, quel film che poi film non è, ma celluloide per i timpani e poco importa se i “critici” lo hanno definito il peggior album di sempre perché, poi, hanno dovuto ricredersi quando l’artista era ancora qui tra noi.

Berlino è delicata, povera, malinconica ma mantiene una “sonorità” unica tra le città mitteleuropee; ma Berlino è anche il quartiere gay di Schoneberg dove al civico 155 di Haupstraβe si rifugiò David Bowie a fine anni ’70 raggiunto dall’amico Iggy Pop, entrambi messi male nell’uso di droghe. E Berlino è anche il muro vicino al quale puoi bere vino ghiacciato come canta Lou Reed, e Berlino è anche il giusto luogo dove due persone si amano e si lasciano in un vortice di sensazioni irrazionali e strane. Berlin è in particolar modo il risultato che nessuno si attendeva dopo Transformer, il prodotto di un percorso artistico che è appartenuto solo a Lou Reed, l’uomo-artista capace di fondere rock e irrealtà, metropoli e prostituzione, omosessualità e droga, quell’uomo che ha lasciato in eredità a Wharol la genialità che vedeva in lui più che nei Velvet Underground. E Caroline non è solo quella che usa lo speed (Lou amava questa droga, Caroline sarà forse una sorta di subinconscio?) né tanto meno solo una donna picchiata dall’uomo che non ama più come una volta, perché ora è fredda come l’Alaska (It’s so cold in Alaska) e tutti gli amici la chiamano così, Alaska. Le parole di Reed sono pesanti come macigni, la sua emozione è palpabile anche attraverso il vinile – non finirò mai di ascoltare quest’opera immortale -, e tutto il mondo sembra proprio essere Berlino con le sue contraddizioni, il suo muro, le sue storie. E la chiusura con la chitarra distorta di Caroline I, con gli ottoni ed il mellotron sono il sublime atto del decadentismo musicale di Lou Reed che ancora una volta ha spiazzato tutti e tutto.

Ma torniamo all’album che si apre proprio con Berlin: il rumore di un pubblico che chiacchiera, un pianoforte, una tv, i ricordi della festa di compleanno, un vortice che non smette di girarti in testa fino a quando il pianoforte non cambia il tempo per scivolare e farti scivolare nella solitudine più cupa con una melodia che non ha eguali nel rock, una melodia che è decadentismo puro, è maledizione. Un pezzo unico nel suo genere per quest’artista che ha scritto pagine indelebili di rock maledetto, perché Berlin è l’inizio di una storia che nessuno ha mai avuto il coraggio di raccontare. E la vita dei due tossicodipendenti, Caroline e Jim, continua e si tuffa in quella Lady Day dove Lou Reed esplicita il riferimento a Billie Holiday che viene utilizzata quale metafora di quella Caroline protagonista di una Berlin che diventerà tragica, una vera e propria sublimazione di quell’arte wildeiana di cui Reed è un grande estimatore. E nota dopo nota, parola dopo parola, l’album continua a diventare sempre più grande, unico, si perché qui ci trovi tutto, jazz, prog, blues, anche se poi la storia si conclude tragicamente, ma la musica e le parole sono sacre per un’artista come Reed che è sempre andato al di là delle storie, altro che tre accordi qui!

E così mentre nelle prime tracce si va delineando una storia atroce, dietro, anzi, dentro quel muro berlinese, i toni del disco si fanno più crudi con How Do You Think It Feels e Oh Jim vere e proprie analisi interiori dei personaggi che sono ben più delineati ora e lo si capisce quando giungono le voci di The Kids che apre alla tragedia perché Caroline non è stata una buona madre mentre The Bed è il simbolo di quella tragedia che sta per compiersi. Già, perché in quel letto Caroline si taglierà le vene, unico epilogo possibile di una storia che potrebbe essere vera, o forse lo è sotto quel muro berlinese. Ecco che allora Sad Song diventa il triste epilogo di una storia rabbiosa dove la rinuncia a tutto è l’unico epilogo possibile

Staring at my picture book

she looks like Mary, Queen of Scots

She seemed very regal to me

just goes to show how wrong you can be…

Guardando il mio album di foto

sembra Maria, regina di Scozia

mi pareva così regale

questo dimostra come ci si possa sbagliare…

My castle, kids and home

I thought she was Mary, Queen of Scots

I tried so very hard

shows just how wrong you can be…

Il mio castello, i bambini e la casa

pensavo fosse Maria, regina di Scozia

ci ho provato così tanto

ciò dimostra come ci si possa sbagliare…

Anche stavolta Lou Reed non ha sbagliato. Berlin diventerà un’opera fondamentale nella vita dell’artista, altro che Transformer. Qui c’è il Lou Reed che conosceremo meglio dopo, qui c’è il concetto di vera arte, in Berlin c’è quel poeta maledetto alla pari di Verlaine, Rimbaud, Baudelaire, ed altri. Qui c’è tutta l’arte che il poeta dei diseredati ha creato per loro, e non solo.

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