Colosseum – Valentyne Suite

Il 1969, anno della pubblicazione di Valentyne Suite dei Colosseum, viene generalmente ricordato come l’anno dell’esordio dei King Crimson, l’anno in cui si verificò la svolta nella musica di genere, ed anche l’anno in cui i fiori del progressive avrebbero iniziato a sbocciare sull’intero pianeta. Nacquero così band come i Nice, i Moody Blues, i Procul Harum e tante atre che non ci basterebbe l’intera mattinata ad elencarle tutte. Ma il ’69, che coincide anche con le contestazioni studentesche che presero piede prima in Francia e poi nel resto d’Europa, è anche l’anno in cui una band diversa per stile ed idee iniziò a “contaminare” quel genere progressive che, se pur possedeva precisi connotati, si prestava bene a cose diverse. Pur denso come lavoro però, questa nuova uscita nel marasma delle pubblicazioni discografiche di allora, fece poca breccia nei solchi e nei pensieri dei tanti anche se, è giusto qui dirlo, la produzione dei Colosseum, che era partita con Those Who Are About To Die Salute You, esplode per composizione, sempre nel 1969 con The Valentyne Suite che pur essendo poco organico è l’anticipazione di quel rock progressivo dove le tastiere ed i fiati brillano in modo inconsueto. The Valentyne Suite è un album che ancora oggi splende di luce propria, con un lato A dove il rock blues è forte mentre il b-side si presenta con una matrice molto più sinfonica piena anche di quel bel jazz-rock d’altri tempi. I riff di chitarra e la voce acuta fanno da subito capire che non stiamo parlando di un album mediocre, anzi qui l’energia è pura esplosione sonora, vitalità, potremmo anche dire genialità perché in The Valentyne Suite, i Colosseum si muovono verso nuovi orizzonti, per loro inesplorati. Certo, le ispirazioni non mancano ad ascoltare il disco, ma le tracce sono tutte una combinazione di suoni diversi che variano tra progressive, rock, jazz, blues, psichedelìa. Come ad esempio lo stesso brano di apertura The Kettle risulta essere un pezzo dove l’influenza hendrixiana si fa sentire, eccome. Andando oltre poi è facile accorgersi che tutto ruota intorno a quel groviglio di band che hanno influenzato in maniera forte tutta la musica di allora e qui vogliamo solo citarne alcune quali Savoy Brown, Gentle Giant, Atomic Rooster. The Machine Demands A Sacrifice invece è un pezzo ben diverso, meno forte e convincente ma ugualmente orientato su quella strada che i Colosseum hanno voluto imporre a questa produzione; ma il vero brano epico è la traccia che dà poi il titolo all’intero album The Valentine Suite e che è composta da ben tre temi, meglio ancora movimenti, quasi un’opera concettuale e musicale. Ed a proposito di Theme One: January’s Search, Theme Two: February’s Valentyne, Theme Three: The Grass Is Always Greener dobbiamo aggiungere che le tre tracce si intrecciano in modo piacevole, senza nessuna ripetitività, anzi sono una sorta di preludio a quello che da lì a poco farà da scuola per le composizioni di altri musicisti e band. The Valentyne Suite sembra in un certo modo seguire The Thoughts Of Emerlist Davjack dei Nice pubblicato solo due anni prima, nel 1967, ma in realtà comparando i due dischi, The Valentyne Suite è un’evoluzione molto più chiara del processo di crescita e trasformazione del blues rock in progressive. La vera essenza di questo disco però sta tutta nella presenza di un certo Dave Greenslade alle tastiere che potremmo definire l’altra faccia sinfonica del Keith Emerson dei Nice. The Valentyne Suite è comunque un album molto bello, le influenze sono tra le più svariate con un primo lato del disco che richiama a volte anche sonorità alla Cream (magari Cream avessero aggiunto anche l’organo), mentre il secondo lato è molto più fantastico ed arioso allo stesso tempo. Certo che se questo è stato l’esordio produttivo della Vertigo c’è da dire che la gloriosa casa discografica aveva, già allora, un buon fiuto. E come potrebbe essere diversamente visto che The Valentyne Suite è una delle pietre miliari della scena progressive emergente di allora.  

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